Meta e Google sono state condannate pochi giorni fa da una giuria di Los Angeles a un risarcimento di $6M essendo imputate di aver reso una donna dipendente dai social media. Questo processo non mancherà di ri-accendere una controversia mai sopita: i social media sono o non sono una causa di dipendenza con effetti nocivi per la salute mentale?
La questione è molto controversa essendo alti gli interessi in gioco. Da un lato, le due Big Tech negano l’esistenza di prove scientifiche a dimostrazione che i social media causano problemi di salute mentale, e lo stesso Zuckerberg ha cercato di discolparsi dicendo che “Se le persone non si sentono a proprio agio, perché dovrebbero continuare a usare il prodotto?”. Dall’altro lato, l’accusa sostiene che Instagram e YouTube sono stati deliberatamente progettati per generare dipendenza e che, sulla base di documenti interni, le Big Tech sapevano che le piattaforme stavano danneggiando gli utilizzatori, soprattutto se giovani.
Per fare chiarezza su questo scontro, molto acceso anche in rete, è di grande aiuto guardare ai risultati della ricerca scientifica. Il recentissimo World Happiness Report 2026 ce ne dà l’occasione, particolarmente in un capitolo che però è stato largamente ignorato dai commentatori. Questo capitolo va discusso perché, con metodi sperimentali, fornisce spunti per guardare alla dipendenza da social media in modo diverso.
Due modi di intendere la “dipendenza”
Il primo passo per chiarire la questione è precisare cosa si intende con il termine “dipendenza”:
1. L’approccio clinico. Tradizionalmente la dipendenza è vista come una risposta comportamentale a un’alterazione biologica causata dall’ingestione di una sostanza. Tale risposta, se ripetuta, diventerebbe irrefrenabile, nonostante la sostanza sia nociva per la salute. Il caso dei social media, invece, sarebbe diverso, perché vengono offerti stimoli esterni anziché sostanze. Video, foto, messaggi permettono anche di socializzare, informarsi e imparare cose nuove. Dunque non si innescherebbe una risposta automatica, ma la discrezionalità di comportamento rimarrebbe (come sosteneva Zuckerberg!). In tale caso, dunque, non si può più parlare di dipendenza in senso clinico.
In questo modo si spiana la strada per contestare la tesi che i social media sono nocivi. Al massimo possono portare a una mala-gestione del tempo perché sono seducenti, come capita per tante altre attività piacevoli. E quando sono associate a malessere psicologico, allora si può ragionevolmente argomentare che la causalità va ribaltata, cioè il malessere viene prima e l’uso dei social media fungono da “compensazione”.
2. L’approccio degli economisti. Il premio Nobel Gary Becker definiva la “dipendenza” come una scelta pienamente razionale. Infatti, nel suo esempio più frequente (scriveva tra gli anni ‘80 e ‘90), i fumatori erano in grado di bilanciare il piacere immediato del fumo con il rischio di danni futuri.
La moderna “economia comportamentale” ha in parte modificato questa teoria, riconoscendo che le nostre debolezze sistematiche nella volontà e nella valutazione delle scelte da fare sono distorsive rispetto a un comportamento razionale.
Dunque, per gli economisti la “dipendenza” è definita da due caratteristiche che la rendono limitatamente razionale: un comportamento piacevole che genera un’abitudine rischiosa per la salute, e un rimpianto a posteriori per la scelta fatta.
Gli studi esaminati nel World Happiness Report
Nel capitolo che più ci interessa del Report, troviamo prove sperimentali della dipendenza nel senso degli economisti. Nell’esperimento viene chiesto a un campione di utilizzatori di non usare i social per un certo periodo in cambio di un compenso. I risultati, che prendono a confronto utilizzatori lasciati liberi, sono molto significativi. In sintesi:
- usare meno Facebook riduce l’ansia e la depressione, con un’efficacia stimata tra il 25% e il 40% rispetto a una psicoterapia;
- dopo il periodo di astensione forzata, gli utilizzatori continuano a usare meno Facebook anche spontaneamente. Questa de-escalation conferma il carattere abitudinario della dipendenza;
- sebbene gli utilizzatori chiedano soldi per rinunciare ai social, molti non sarebbero disposti a pagare quasi nulla per averli. Questo rivela che diverse persone sono consapevoli di aver sprecato tempo, manifestando così un rimpianto;
- molti giovani chiedono una certa cifra per smettere di usare TikTok o Instagram, ma sarebbero anche disposti a pagare per eliminare del tutto queste piattaforme dalla propria comunità. In altre parole, i social media impongono un costo a coloro che non le utilizzano, e molti utilizzatori starebbero meglio se i social media non esistessero affatto.
In conclusione, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha certamente giustificati motivi per non aver incluso l’uso dei social media, per quanto compulsivo, tra le dipendenze, ma questo non implica che i social siano innocui. Al contrario, recenti studi scientifici mostrano che inducono a prendere abitudini rischiose per la salute mentale. Poiché questo comporta dei costi per l’individuo ma anche per la società, gli economisti chiamano queste abitudini “dipendenze”.
La questione è complessa e diversi altri studi la approfondiscono ed estendono, come spiego nel mio libro Emergenza Malessere presentato in un mio precedente post.
